27/02/2008
La Guerra del Futbol

Nell’estate del 1969 Honduras ed El Salvador sono due piccoli paesi centroamericani (cosa che sono tuttora, a dire il vero…) lungo i cui confini scorrono rivendicazioni e tensioni causate da odio reciproco. I motivi del contendere sono molti ed alcuni di questi affondano le radici nella storia dell’America Latina, come le mire di El Salvador su quella parte di territorio honduregno che gli offrirebbe un vantaggiosissimo sbocco sull’Oceano Atlantico e la disputa sul controllo del Golfo di Fonseca, scalo fondamentale per i traffici marittimi.
I rapporti sembrano normalizzarsi quando il governo dell’Honduras acconsente nel 1967 a firmare con i vicini salvadoregni un trattato che permette a 300mila contadini disoccupati di emigrare sul proprio suolo, che offre vaste aree non coltivate. La mossa non è vista di buon occhio dai contadini locali, il peggiorare delle cui condizioni viene messo in relazione ai nuovi arrivati, e ciò spinge Osvaldo Lopez Arellano - alla guida del paese, ma colluso con i ceti latifondisti e deciso a tutelare gli interessi imperialisti statunitensi - ad immolare il comodo capro espiatorio costituito dagli agricoltori immigrati. La soluzione è semplice quanto inaspettata e la ritrattazione unilaterale dell’accordo avvenuta nell’aprile del 1969 permette ai contadini locali di beneficiare della ridistribuzione delle terre coltivate dai propri colleghi salvadoregni, che vengono rispediti nel loro paese di provenienza da un decreto di espulsione. A nulla valgono le proteste del governo di El Salvador, che si trova così nella drammatica situazione di chi vede un’orda di profughi rientrare in un paese dall’economia già di per sé traballante ed ulteriormente provata dal boom demografico degli anni precedenti.

La descrizione delle vicende politiche e diplomatiche sopra toccate è estremamente sintetica e semplificata, ma vuole solo rendere l’idea del clima tra i due paesi, di certo non il migliore per sfidarsi su un campo di calcio, contesto tradizionalmente molto facile ad esasperare le tensioni.
In questo periodo le nazionali dei due paesi si trovano infatti ad affrontare il torneo di qualificazione ai Mondiali del 1970 nel quale, visto che dei due posti disponibili per la zona centro e nord americana uno è già stato assegnato d’ufficio al Messico come paese ospitante, e che la FIFA ha escluso Cuba per motivi politici, dodici selezioni nazionali si trovano a contendersi l’ultimo lasciapassare disponibile per la Coppa del Mondo.
Le squadre vengono divise in quattro gironi da tre squadre ciascuno, che decreteranno il passaggio alla semifinale delle prime classifiche. Sia Honduras che El Salvador, come Stati Uniti e Haiti, vincono il proprio raggruppamento e, fatalmente, si trovano di fronte nella semifinale da disputarsi in due partite con la formula andata-ritorno.

Il primo match si gioca a Tagucigalpa (a sinistra lo stadio Francisco Moranzan), capitale dell’Honduras l’8 giugno 1969 e la squadra di casa passa per 1-0. Si registrano scontri e momenti di tensione, con i tifosi locali che fanno il possibile per intimidire i giocatori rivali sin dal loro arrivo in città, passando dal lancio di sassi verso le finestre dell’alloggio al sabotaggio messo in atto con il danneggiamento delle ruote del pullman che deve portare la squadra allo stadio. Ma tutto sommato, vista la particolare gravità del caso, la tensione non sfocia in atti di ben maggiore rilievo e si può dire che le cose non vanno poi tanto male.

La situazione è ulteriormente surriscaldata una settimana dopo, il 15 giugno, quando gli honduregni si recano a San Salvador (a destra un’immagine dello stadio Flor Blanca dopo una recente ristrutturazione) per il ritorno. L’hotel in cui alloggia la nazionale viene letteralmente assediato per tutta la notte precedente il giorno dell’incontro, i vetri delle finestre vengono rotti e fatti oggetto di lanci di qualunque tipo di sgradevolezza, dalle uova marce alle carcasse di animali morti. La tensione resta alta ed i tentativi di intimidazione non si fermano qui visto che allo stadio i tifosi ospiti non vengono certo trattati con i guanti dalla polizia locale (si registreranno due morti) e che la cerimonia pre-partita è caratterizzata dai sonori fischi diretti all’inno dell’Honduras, la cui bandiera viene bruciata dalla folla inferocita. L’incontro si conclude 3-0 a favore di El Salvador e sarebbe stato difficile immaginare un esito diverso, come spiega il tecnico degli ospiti Mario Griffin: “I giocatori erano preoccupati di riuscire a uscirne vivi. Per fortuna abbiamo perso”.

Il regolamento delle qualificazioni prevede però che passi al turno successivo la squadra che ottiene più punti nella mini-classifica determinata dai due incontri – quindi senza la regola dei gol segnati in trasferta e nemmeno la differenza reti – e così, vista la parità determinata dai due punti conquistati da ciascuna nazionale, per avere una vincente si rende necessario un drammatico nuovo episodio tra le due odiate rivali, questa volta perlomeno da giocarsi in campo neutro.
Il giorno designato è il 27 giugno e il luogo l’imponente stadio Azteca di Città del Messico. All’appuntamento le due squadre, ma sarebbe più preciso dire le due nazioni, arrivano esasperate dalla propaganda effettuata dalla rispettiva stampa contro i rivali/nemici, alimentata soprattutto dalla descrizione dei soprusi reciprocamente inflittisi in occasione dei due incontri precedenti.
La partita si conclude 2-2 al novantesimo, ma ai tempi supplementari è El Salvador a segnare il gol decisivo ed a strappare l’accesso alla finale (che vincerà, sempre dopo tre gare, contro Haiti). Al fischio finale l’esultanza di una parte dello stadio viene inevitabilmente a scontrarsi con la rabbia degli sconfitti e la scintilla fa esplodere tutte le tensioni accumulate. Il fuoco degli scontri divampa prima all’interno dell’Azteca poi all’esterno, trasformando la capitale messicana in un teatro di guerriglia, e nel giro di qualche ora raggiunge i palazzi del potere dei due paesi in contrasto, con l’Honduras che decide di interrompere qualsiasi relazione diplomatica con i salvadoregni e di inasprire i provvedimenti contro gli immigrati (già oggetto di attacchi da parte di squadre armate locali) rimasti sul proprio suolo nonostante il decreto dell’aprile precedente. Tutto ciò mentre a San Salvador si prepara la mobilitazione dell’esercito e la dichiarazione dello stato di emergenza.
Il 14 luglio 1969, senza alcuna formale dichiarazione di guerra, El Salvador dà inizio alle operazioni militari contro Honduras, motivando la propria azione con il fine di difendere i propri cittadini ed i propri confini. L’Organizzazione degli Stati Americani interviene immediatamente ed impone il cessate il fuoco, disposizione che verrà accolta il 20 luglio. La guerra vera è propria dura così pochi giorni tanto che, oltre che come “Guerra del Football” è anche ricordata come “Guerra delle Cento Ore”. Ma gli strascichi si prolungano per anni e solo nel 1980 i due paesi mettono la firma su un trattato di pace, mentre bisogna attendere il 1992 perché la Corte Internazionale di Giustizia dirima la questione riguardante i provvisori confini tra Honduras e El Salvador.
In una prospettiva storica “microscopica” l’incrocio sul campo di calcio è stato probabilmente determinante per lo scoppio del conflitto, svolgendo il ruolo della proverbiale scintilla che dà fuoco a polveri da lungo tempo stipate nella santabarbara centroamericana. È tuttavia fuori d’ogni dubbio che la definizione di “Guerra del Calcio” sia semplicistica e poco adatta a fotografare un conflitto che trova le proprie motivazioni profonde in problemi sociali come aumento delle nascite e disoccupazione, in un difforme sviluppo economico e tecnologico causato dagli investimenti delle multinazionali statunitensi, in governi dalla alquanto dubbia trasparenza e in rivendicazioni territoriali legate alla questione del legittimo spazio vitale, oltre che nella cronica convinzione di aver subito un’ingiustizia di cui rivalersi sul vicino/nemico.
13:30
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15/02/2008
Manchester United: quando la memoria non ha prezzo. O forse sì...
Il Manchester United di fine anni ’50 è una squadra sorprendente, costruita da giovanissimi talenti scoperti da Matt Busby (a sinistra) – da cui il soprannome di “Busby Babes” - senza bisogno di spendere cifre esorbitanti e capace di vincere, nonostante l’inesperienza e la giovane età, due campionati nazionali di fila nel 1956 e 1957. Nel 1957 l’avventura in Coppa dei Campioni si conclude in semifinale contro il Real Madrid ed anche la conquista della prestigiosa FA Cup sfuma in finale contro l’Aston Villa, per cui la stagione successiva inizia con grandi ambizioni da parte dei ragazzi di Manchester, che puntano a fare bottino pieno ed a consacrarsi definitivamente come una squadre più forti del mondo. Tutto inizia nel migliore dei modi: in testa al campionato, i “Busby Babes” avanzano anche nelle coppe, tenendo fede ai propositi di rivincita, ma le cose andranno diversamente.

Il 6 febbraio 1958, dopo la partita di Coppa giocata a Belgrado contro la Stella Rossa e conclusasi 3-3 con passaggio del turno, i giocatori del Manchester United s’imbarcano sullo stesso aereo che il lunedì precedente lì ha portati in Yugoslavia. Il volo fa scalo a Monaco di Baviera, dove è in corso una tempesta di neve, per effettuare il rifornimento previsto prima di riprendere il viaggio per l’Inghilterra. Pare che il pilota ritardi la partenza, oltre che per le condizioni metereologiche, anche per verificare il funzionamento di uno dei motori, che lo preoccupa. Alla fine decide di decollare, ma per ben due volte non ci riesce a causa del fango formato dalla neve sulla pista. Al terzo tentativo l’aereo va oltre la fine della pista e urta una casa con un’ala, compie una brusca rotazione verso destra e si schianta contro un altro edificio, adibito a deposito di pneumatici e carburante, prendendo fuoco.

Nell’impatto muoiono otto giornalisti, tre dirigenti del club, due membri dell’equipaggio e due altri passeggeri. Oltre a loro perdono immediatamente la vita sette giocatori del Manchester: Mark Jones (24 anni), Eddie Colman (21), Tommy Taylor (26), Liam Whelan (22), David Pegg (22), Geoff Bent (26) ed il capitano Roger Byrne (28). L’ottavo dei Busby Babes a morire a causa dello schianto sarà Duncan Edwards (21), ritenuto una delle più grandi promesse del calcio britannico, che si spegnerà due settimane più tardi per le ferite riportate.

Le condizioni di molti feriti sono disperate, su tutte quelle di Busby che, nonostante le trasfusioni di sangue subite in ospedale, sembra ormai destinato a spegnersi come già successo ad otto dei suoi ragazzi, tanto che in ben due occasioni gli viene impartita l’estrema unzione. Nonostante queste scarse speranze, il manager dello United si riprende e, dopo mesi di ospedale, può finalmente riprendere le redini del club. La ricostruzione passa attraverso il recupero di alcuni giocatori sopravvissuti all’incidente aereo, Bobby Charlton su tutti, e su nuovi talenti, tra cui Nobby Stiles, Denis Law e George Best. Anche se il nomignolo di “Busby Babes” è stato rispettosamente accantonato e ora i ragazzi in maglia rossa si fanno chiamare “Red Devils”, la nuova formula pare funzionare quanto quella vecchia e nel 1968, dieci anni dopo, il Manchester United riprende quel cammino che il destino aveva tragicamente interrotto, conquistando la Coppa dei Campioni a Wembley contro il Benfica di Eusebio.

La memoria dei “Busby Babes” è stata onorata in diversi modi dalla dirigenza del Manchester United, in particolare in occasione dei vari anniversari della tragedia. Sui muri dell’Old Trafford è stata apposta una targa commemorativa ed il famoso “Munich Clock” (a sinistra).
Lo scorso 6 febbraio ricorreva il 50esimo anniversario dell’incidente, che lo United ha deciso di ricordare indossando, in occasione della più vicina partita casalinga di campionato, una speciale divisa commemorativa identica a quelle utilizzate a fine anni ’50: calzettoni neri, calzoncini bianchi e maglia rossa con numeri progressivi dall’1 al 16 bianchi senza nomi dei giocatori, senza stemma o altra effige sulla maglia, sponsor ufficiale e tecnico inclusi. A chi additava tale scelta come astuta mossa per incrementare il merchandising, la dirigenza dei Red Devils ha risposto non mettendo sul mercato la speciale divisa e producendola esclusivamente per i giocatori che Sir Alex Ferguson avrebbe poi diviso tra campo e panchina.
A mostrare decisamente meno rispetto sono stati, paradossalmente, alcuni tifosi dello United che, nonostante la richiesta di non lucrare sugli oggetti commemorativi gratuitamente distribuiti in occasione dell’evento (tra cui sciarpe e copie del programma del match contro lo Sheffield Wednesday, primo incontro disputato dopo il disastro aereo), hanno prontamente messo in vendita su E-Bay i cimeli ricevuti costringendo il noto sito di acquisti online a sospendere le aste in questione in quanto contrarie alle norme etiche che ne regolano le transazioni.
11:30
Scritto da : axelfoley_83
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13/02/2008
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10:28
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29/01/2008
La parata del secolo
Il 7 giugno 1970 a mezzogiorno si gioca allo stadio Jalisco di Guadalajara una partita destinata ad entrare nella storia del calcio indipedentemente dal fatto che ad affrontarsi ci siano i fortissimi brasiliani trascinati da Pelè – e destinati a vincere quella Coppa del Mondo – e gli inglesi campioni del mondo in carica.
A difendere la porta dell’Inghilterra c’è Gordon Banks, allora 33enne portiere dello Stoke City, ma già protagonista con le maglie di Chesterfield e Leicester City, oltre che con quella della nazionale ai precedenti Mondiali, giocati e vinti in casa. Per contro l’attacco dei verdeoro è guidato dalla stella del Santos Pelè, il calciatore riconosciuto come il più forte di tutti i tempi.
La partita viene decisa al 59’ da una rete dell’ala Jairzinho, che varrà ai sudamericani il primato a punteggio pieno nel gruppo 3 della prima fase dei Mondiali, ma allo stesso tempo non impedirà agli inglesi di passare il turno in qualità di secondi classificati.
Non è ad ogni modo il risultato finale né l’andamento dell’incontro a restare impresso nella memoria di chi ha assistito a quel match, bensì un momento preciso, una scintilla durata qualche decimo di secondo e scaturita dalla “collisione” tra il talento di Pelè e gli straordinari riflessi dell’estremo difensore avversario, istantanea destinata a rimanere scolpita come la “parata del secolo”.
Il momento è all’incirca tra il decimo minuto ed il quarto d’ora del primo tempo, a reti ancora inviolate. L’azione parte da Carlos Alberto, che lancia rasoterra sulla destra per il rapido ed imprevedibile Jairzinho, il quale a sua volta mette fuori causa Terry Cooper, terzino sinistro inglese e suo diretto avversario. Gordon Banks a questo punto vede l’avversario avanzare minaccioso e si porta a ridosso del palo alla propria sinistra coprendo così lo spazio ad un’eventuale conclusione a rete del verdeoro. Il numero 7 brasiliano, però, decide altrimenti e piazza un perfetto cross al centro, prendendo in controtempo il portiere, che deve così tornare sui propri passi, seguendo con lo sguardo la parabola che si dirige verso Pelè. L’attaccante è ben piazzato ed ha la meglio sul proprio marcatore, colpendo la sfera con la testa. La conclusione, diretta verso l’angolino basso alla destra di Banks, è discretamente forte e resa ancor più pericolosa dal rimbalzo a terra qualche decina di centimetri prima della linea di porta. La leggenda vuole che Pelè stia già esultando quando l’estremo difensore inglese compie l’inaspettato: con un formidabile colpo di reni Banks allunga la mano quel tanto che basta a modificare la traiettoria del pallone, che s’impenna ed esce oltre la traversa, sfiorando l’incrocio dei legni. L’attaccante brasiliano in un primo momento resta paralizzato dallo stupore, ma poi applaude l’impresa dell’avversario, che avrà modo di definire come “la più incredibile parata che abbia mai visto”.
Anche se in ambito calcistico stilare graduatorie che non siano rigidamente stabilite dai numeri resta un’attività estremamente opinabile, non c’è dubbio che l’istinto mostrato da Banks in questo preciso frangente, valga al portiere inglese l’imperitura fama presso gli appassionati di calcio. Il gesto compiuto in risposta al colpo di testa di Pelè viene infatti unanimemente riconosciuto come la “parata del secolo” e lo stesso brasiliano ha inserito colui che sventò il suo gol nella lista dei cento più grandi calciatori viventi, commissionatagli dalla FIFA. Banks è stato inoltre nominato terzo miglior portiere del XX secolo – dietro a Lev Yashin e Dino Zoff – dall’IFFHS (la Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio) e un sondaggio tra tifosi lo ha indicato come il più forte estremo difensore inglese di sempre. Nel 2002 è stato tra i primi ad inserito nella Hall of Fame del calcio inglese.
La sua carriera purtroppo non può godere a lungo della considerazione derivatagli da quella incredibile parata in parte perché l’età lo mette in situazione di svantaggio rispetto all’emergente Peter Shilton, ma soprattutto per l’incidente automobilistico che nel 1972 priva della vista il suo occhio destro.
12:35
Scritto da : axelfoley_83
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25/01/2008
Dario Gradi: italiano d'Inghilterra
"Sono venuto nella squadra giusta, al momento giusto e con la gente giusta. Gli stessi dirigenti che sono qui oggi c'erano anche quando sono arrivato e non avevano nessuna ambizione di raggiungere gli obiettivi che abbiamo centrato. E il fatto che li abbiamo raggiunti insieme ci dà un grande senso di realizzazione" (Dario Gradi).
"Dario ha fatto un grande lavoro al Crewe e si è dimostrato essere uno dei nostri migliori allenatori" (Sir Bobby Robson).

Quando si parla di italiani nel mondo del calcio inglese di questi tempi la mente non può che correre all’affascinante avventura che attende Fabio Capello alla guida della nazionale dei tre leoni, così come in anni passati i nostri punti di riferimento nel football d’Oltremanica erano Gianfranco Zola e Gianluca Vialli. Eppure, da molto prima che il Chelsea facesse da esempio agli altri club nell’aprire metaforicamente le porte del proprio stadio al Belpaese, c’era un italiano che in Inghilterra ci lavorava, costruendosi, mattone dopo mattone, un proprio invidiabile primato. Si tratta di Dario Gradi, poco conosciuto in Italia, dove pure è nato, precisamente a Milano, l’8 luglio 1941. In realtà con il nostro paese il rapporto è esclusivamente anagrafico visto che all’età di quattro anni, perso il padre (italiano), la madre (inglese) decide di fare ritorno in Gran Bretagna ed è lì che Gradi cresce ed entra in contatto con quello che sarà il suo futuro, il calcio.

L’esperienza sul campo non è delle più esaltanti ed infatti il giovane Gradi non va oltre la militanza nel Sutton United e nel Totting & Mitcham. Mentre frequenta l’Università di Loughborough gioca nelle selezione dell’istituto, squadra a cui prende parte anche Bob Wilson, futuro portiere dell’Arsenal. E forse è proprio mentre studia per diventare insegnante di educazione fisica che matura l’idea di passare sull’altro lato della linea laterale, nonostante sia ancora molto giovane.
E così nel 1971, quando non ha ancora 30 anni, viene assunto dal Chelsea come assistente allenatore. Negli anni seguenti lascia i Blues per avere il ruolo di allenatore vero e proprio e gira parecchie panchine: dal ritorno al Sutton United, al Derby County, al Wimbledon, oltre alla gestione delle giovanili del Leyton Orient ed una sfortunata parentesi al Crystal Palace.

Il 16 giugno 1983 è la data che probabilmente cambia la sua vita. Peter Morris lascia la panchina del Crewe Alexandra che ha concluso la stagione precedente nei bassifondi della Quarta Divisione ed i dirigenti, disperati per un club che minaccia da qualche anno di sparire nei meandri del calcio dilettantistico, affidano la panchina proprio a Dario Gradi. Il nuovo tecnico non promette miracoli che infatti non arrivano, ma i decenti piazzamenti dei suoi primi cinque anni di gestione sono comunque oro colato rispetto alle ambizioni di pura sopravvivenza della squadra, che rimane così all’interno della Football League.

Fin da subito Gradi, rendendosi ovviamente conto di non poter usufruire di chissà quali risorse, punta su una filosofia gestionale ben precisa: ripristinare il settore giovanile in modo da lanciare promettenti talenti in prima squadra e puntare su giovani giocatori che altre squadre, non riuscendo a vederne le qualità, hanno scartato. Per arrivare a risultati accettabili, il neo-tecnico propone l’idea al presidente John Bowler, che fa costruire un campo da gioco subito dietro le tribune dello stadio di Gresty Road. È su questo terreno che viene a sorgere l’Academy del club, che nei primi anni di attività lancia Geoff Thomas, scoperto dal nulla appena ventenne e lanciato verso la Prima Divisione e la maglia della nazionale inglese e David Platt (a destra) che nel 1985, seppur giovanissimo, arriva al Crewe dopo essere stato scaricato dal Manchester United e dà il via ad una carriera di tutto rispetto, che lo porterà a vestire le maglie di Aston Villa, Bari, Juventus, Sampdoria, Arsenal e Notthingam Forest, oltre a quella dell’Inghilterra in ben 62 occasioni.

La stagione 1988/89 è quella del definitivo trionfo di Gradi e dei suoi ragazzi, che ottengono la promozione in Terza Divisione per la prima volta dopo venticinque anni di sofferenze. I gioielli Thomas e Platt vengono ceduti rispettivamente a Crystal Palace ed Aston Villa, per un incasso complessivo di 450.000 sterline, che il tecnico reinveste immediatamente su altri giovani da far crescere, tra i quali sta già emergendo il diciassettenne Rob Jones, futuro difensore del Liverpool e dell’Inghilterra.
Il dodicesimo posto del 1990 significa una comoda salvezza per l’”Alex”, che però la stagione successiva non riesce nella nuova impresa e retrocede in Quarta Divisione. Gradi non si dà per vinto e ci riprova l’anno seguente, quando arriva sesto e si guadagna un posto nei play-off, ma la sconfitta contro lo Scunthorpe rimanda una promozione che, da un punto di vista puramente burocratico, avviene comunque. Durante l’estate infatti il Crewe, che nel frattempo ha ceduto per 300.000 sterline Jones al Liverpool ed ha utilizzato la somma per migliorare le strutture del proprio stadio, scopre di dover giocare la stagione successiva in Terza Divisione. In realtà lo “scalino” è sempre il quarto in ordine d’importanza, ma con l’introduzione della scintillante Premier League, la nomenclatura viene a cambiare e quella che è sempre stata la Seconda Divisione viene a chiamarsi Prima Divisione e così via a cascata.

Il campionato 1992/93, al di là del nome che lo fa sembrare un po’ più prestigioso, è molto simile al precedente, con la differenza che Dario Gradi porta la squadra molto più vicina alla promozione, arrivando a giocare la finale play-off nel tempio di Wembley (per la prima volta nella storia dell’Alexandra), ma perdendo la partita ai rigori contro lo York. A fine stagione è l’attaccante Craig Hignett a garantire la prosecuzione del progetto del Crewe, grazie al suo trasferimento al Middlesbrough, che porta nelle casse del club la cifra record di 500.000 sterline. L’ennesima cessione fa dubitare i tifosi sulle reali ambizioni della squadra, che l’anno seguente li smentisce conquistando l’agognata promozione in Seconda Divisione grazie al terzo posto in campionato. In estate è l’attaccante Tony Naylor a lasciare Gresty Road e trasferirsi a Port Vale per 150.000 e per il disappunto dei tifosi dell’Alexandra. Con il ricavato Gradi può mettere sotto contratto un ventenne centrocampista gallese di nome Robbie Savage (a destra), appena scartato dalle giovanili del Manchester United.
La necessità di ristrutturare lo stadio porta il club a cedere un altro pezzo da novanta durante il mercato invernale: si tratta di Ashley Ward, punta centrale e idolo dei tifosi, che passa al Norwich per 500.000 sterline.
I soldi però non finiscono solo nelle tribune dello stadio e infatti il club annuncia che 750.000 sterline – dei 3 milioni incassati durante la gestione Gradi – verranno utilizzati per la costruzione di un nuovo centro di allenamento per i giovani da lanciare poi in prima squadra.
I risultati della squadra ancora una volta contraddicono il pessimismo dei tifosi visto che il Crewe a fine stagione si piazza terzo, mancando per 2 punti la promozione diretta, ma guadagnandosi comunque l’accesso ai play-off, da cui viene però estromesso dai Bristol Rovers.
Nel 1995-96 l’andamento è molto simile visto che Gradi porta la squadra al quinto posto in campionato, ma non riesce a condurla indenne oltre il labirinto dei play-off, questa volta a causa del Notts County.

A fine stagione Neil Lennon (a sinistra), futuro cardine del Celtic Glasgow e della nazionale nordirlandese, viene ceduto al Leicester City per la cifra record di 750.000 sterline.
Ma, come ormai dimostrato dalle precedenti esperienze, le cessioni, per quanto importanti, non minano la fiducia di Dario Gradi nei confronti della squadra, che nel 1997 riesce finalmente ad arrivare in fondo ai play-off, espugnando Wembley con un 1-0 sul Brentford e conquistando così la possibilità di giocare in Prima Divisione, un traguardo impronosticabile solo pochi anni prima.
È al suo apice però che il progetto quindecennale coltivato da Dario Gradi rischia di risultare compromesso proprio dalla partenza del suo uomo simbolo. La Football Association gli offre infatti l’importante ruolo di direttore tecnico e addirittura i portoghesi del Benfica gli propongono la propria panchina. Il tecnico ringrazia e risponde “Mi piacerebbe, ma preferisco quello che stiamo cercando di ottenere al Crewe” e la sua risposta coi fatti è ancora più eloquente di quella a parole, visto che poco dopo firma un contratto che lo lega al club per altri dieci anni.

Il club salva così il suo tassello più importante, ma ne perde numerosi altri, che la promozione dell’anno prima aveva portato all’attenzione delle grandi squadre. Nel corso dell’estate 1997 partono così Danny Murphy (al Liverpool per 3 milioni di sterline, nuovo record d’incasso per la squadra), Wayne Collins (allo Sheffield Wednesday per 600.000 sterline) e Robbie Savage (che per 400.000 sterline raggiunge l’ex compagno Neil Lennon al Leicester di Martin O’Neill).
Tutti pronosticano una retrocessione certa per la matricola Crewe, che ancora una volta stupisce conquistandosi un undicesimo posto finale che sa molto di impresa. Dopo le critiche per le continue cessioni ed i pronostici che ogni anno davano per spacciata la sua squadra, Dario Gradi si gode una meritata rivincita, suggellata dal conferimento dell’MBE, ovvero l’appartenenza all’Ordine dell’Impero Britannico, come riconoscimento per il contributo dato al calcio inglese.

La stagione 1998/99 è decisamente più dura della precedente, ma la salvezza arriva comunque dopo un’ultima giornata di campionato da film thriller. In estate tocca a Seth Johnson, futuro nazionale inglese (anche se solo in una occasione), lasciare Crewe e trasferirsi al Derby County per 3 milioni di sterline. Grazie a questa cessione il club può così ultimare la costruzione dello stadio (a sinistra) con un’ultima tribuna da 5.000 posti a sedere.
Anche nelle due stagioni successive l’”Alex” deve lottare con unghie e denti per non perdere la Prima Divisione e ci riesce soprattutto grazie al contributo della coppia d’attacco formata da Rob Hulse e soprattutto Dean Ashton (attuale punta del West Ham e nel giro della nazionale inglese). I gol dei due là davanti non bastano però nel 2001-02, quando il Crewe fa mestamente ritorno in Seconda Divisione. Ma si tratta di una "toccata e fuga", visto che già l’anno dopo, grazie al secondo posto, i “Railwaymen”, possono far ritorno in Prima Divisione, che nel frattempo ha cambiato nome e si chiama Championship.
Nell’ottobre del 2003 Gradi è costretto a sottoporsi ad un intervento chirurgico al cuore e lascia le redini della squadra a Neil Baker, suo assistente da quasi dieci anni. La mancanza della guida dell’allenatore storico si fa evidentemente sentire, visto che agli ordini di Baker il Crewe riesce a mettere insieme a malapena 4 sconfitte, 1 pareggio e 2 reti segnate in un mese. L’assenza di Gradi è fortunatamente più breve del previsto ed al suo ritorno la squadra, guardacaso, torna alla vittoria con un 2-0 sul Derby. Nonostante la breve crisi dovuta alla convalescenza del tecnico, il Crewe non ha particolari problemi a conquistare la salvezza al termine del campionato.

La stagione 2004/05 verrà indubbiamente ricordata dai tifosi del Crewe come una montagna russa di emozioni probabilmente senza precedenti per loro. A gennaio infatti Gradi si trova ad essere settimo in classifica, con addirittura ambizioni che potrebbero portarlo a sfidare Arsenal, Manchester United e Chelsea l’anno successivo. I 21 gol segnati da Dean Ashton (a destra) nella prima parte di stagione hanno però nel frattempo attirato le attenzioni del Norwich, che se lo porta a casa con 3 milioni. Una volta tanto il tecnico anglo-italiano paga a caro prezzo una cessione e per i successivi venti turni non riesce a vincere una partita, precipitando drammaticamente nella zona calda della classifica. All’ultima giornata una vittoria sul Coventry ed una fortunata coincidenza di risultati favorevoli sugli altri campi garantisce al Crewe la permanenza nella seconda serie inglese, ma con quanta sofferenza!
Il campionato 2005/06 comincia come era finito il precedente, ma con meno fortuna e decisamente meno motivi per cui gioire. Il vuoto lasciato da Dean Ashton in termini di reti messe a segno non viene colmato da nessuno dei giovani sconosciuti che tentano di prendere il suo posto, ed il Crewe naviga mestamente verso una retrocessione, questa volta giustamente, annunciata.
Dario Gradi si prepara ad un difficile campionato di Seconda Divisione (ora League One) visto che i problemi dell’anno successivo persistono e fanno a lungo temere una seconda retrocessione consecutiva. Il tecnico riesce comunque a limitare i danni prima che la situazione sia compromessa e si conquista una tranquilla posizione di metà classifica.
Nell’aprile 2007 Gradi annuncia di voler abbandonare la panchina al termine della stagione in corso e così il 1 luglio scorso lascia la guida della prima squadra al tecnico delle giovanili Steve Holland, assumendo l’incarico di direttore tecnico.

Dario Gradi lascia così il proprio ruolo dopo 24 anni durante i quali ha messo insieme qualcosa come oltre 1200 panchine (solo col Crewe), si è conquistato un’onorificenza ufficiale da parte della regina Elisabetta II oltre che un ruolo di diritto nella Hall of Fame del calcio britannico (conferitogli nel 2004) e ad aver fatto proprio il record come tecnico rimasto più a lungo alla guida della stessa squadra, primato che potrebbe essergli insidiato in un prossimo futuro da Sir Alex Ferguson (a sinistra i due insieme, dopo una partita di Coppa), giunto a quota 22 stagioni.
L’allenatore anglo-italiano ha conquistato anche altri diversi attestati di stima nel corso degli anni, alcuni anche decisamente curiosi. Ad esempio, il gruppo musicale Dario G, piuttosto noto in terra britannica, deriva il proprio nome proprio da quello dell’uomo simbolo del Crewe Alexandra. La città di Crewe, invece, ha pensato di onorarlo in un modo meno stravagante, dedicandogli una strada, la Dario Gradi Drive, così come altrettanto tradizionale è stato il riconoscimento dell’Università di Loughborough, che nel 2003 gli ha conferito una laurea honoris causa.
Insomma un “pluriscudettato” Fabio Capello, che ha annunciato di voler vincere la prossima Coppa del Mondo, difficilmente troverebbe lusinghiero un paragone con un allenatore che per 24 anni ha traghettato la stessa squadra su e giù per le serie minori del calcio inglese raggiungendo il massimo traguardo con una salvezza non troppo sofferta nell’equivalente della nostra Serie B. Però è altrettanto vero che augurare a Mr Fabio di ottenere la stessa stima guadagnatasi negli anni da Dario Gradi e gli stessi onori a lui tributati dal calcio inglese equivale ad un auspicio non da poco per chi si trova a dover risollevare una nazionale sprofondata ai minimi storici.
13:05
Scritto da : axelfoley_83
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11/01/2008
Jay Goppingen: un campione del mondo negli USA
Cosa pensereste se leggeste su un quotidiano californiano che un campione del mondo di calcio, di nome di Jay Goppingen, sta giocando in una squadra dilettantistica statunitense? Che probabilmente il cronista in questione ha confuso soccer con football (che negli Stati Uniti indica ovviamente tutt’altro rispetto alla parola inglese) ed ha preso uno sport per un altro. E sbagliereste, perché in realtà Jay Goppingen è veramente un calciatore, è stato veramente campione del mondo e non solo. È stato calciatore dell’anno in Germania (due volte) ed in Inghilterra, campione di Germania, campione d’Europa ed ha vinto due volte la Coppa Uefa. Cosa c’è dunque di sbagliato in tutto ciò? Il nome, visto che tale soprannome è lo pseudonimo di un famoso calciatore che risponde al nome di Jurgen Klinsmann.

Siamo infatti nel 2003 e Klinsmann, dopo essersi ritirato alla fine dei Mondiali disputatisi cinque anni prima, vive in California con la famiglia. Un po’ per divertimento un po’ per mantenersi in forma, decide di aggregarsi alla squadra di calcio locale, gli Orange County Blue Stars, che militano nell’American Premier Development League, la quarta divisione in assoluto all’interno del calcio statunitense e la più alta per quanto riguarda i dilettanti. L’ex attaccante di Inter e Sampdoria però, probabilmente per non suscitare la curiosità dei media, decide di scendere in campo sotto mentite spoglie e così adotta lo pseudonimo composto dall’iniziale del suo nome di battesimo (Jay) ed il nome della città del Baden-Wurttemberg in cui è nato (Goppingen).
Nonostante quando decida di rimettersi gli scarpini Jurgen, o Jay, sia ormai prossimo ai quarant’anni, il suo contributo alla squadra, che gioca non molto fuori Los Angeles, è considerevole visto che i Blue Stars, grazie anche ai suoi 5 gol in 8 partite, raggiungono i play-off. La breve parentesi evidentemente porta fortuna anche a Klinsmann stesso, che nel 2004 riceve l’incarico di guidare la Germania verso l’importantissimo appuntamento dei Mondiali del 2006, ospitati proprio in terra tedesca.
15:45
Scritto da : axelfoley_83
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10/01/2008
Fashanu: quando il coraggio non basta
“Non voglio dare altri motivi di imbarazzo ai miei amici ed alla mia famiglia […] Spero che il Gesù che amo mi accolga e che io possa infine trovare la pace” (Justin Fashanu, nel biglietto trovato sul suo corpo).
“Penso che abbia, anzi che abbiamo creato una situazione in cui lui sia stato isolato. Non credo che noi avessimo accettato il fatto che lui fosse gay. E quando dico ‘noi’ sto probabilmente cercando di difendermi dal dire ‘io’”. (John Fashanu, in un’intervista dopo il suicidio del fratello).

Justin Fashanu nasce il 19 febbraio 1961 nella zona est di Londra dalla guyanese Pearl e dal nigeriano Patrick. Quando i suoi genitori divorziano Justin, assieme al fratello John (di un anno più giovane), viene collocato in un orfanotrofio facente riferimento ad un’associazione caritatevole inglese. In un secondo momento i due fratelli, che all’epoca hanno rispettivamente 6 e 5 anni, vengono affidati ad una famiglia della middle-class inglese residente nel Norfolk che li adotta e li cresce.

Il piccolo Justin ha iniziato a tirare i primi calci al pallone sin da quando può reggersi in piedi e le sue qualità di attaccante lo segnalano all’attenzione del Norwich City, che lo tessera prima nella squadra giovanile e nel 1978 gli fa firmare il primo contratto professionista. Poco dopo, all’inizio del 1979, Fashanu fa il suo esordio in campionato, conquistandosi il posto da titolare a suon di gol. Nel 1980 la sua carriera raggiunge l’apice. Nella partita vinta contro il Liverpool segna infatti una rete spettacolare, che a fine stagione gli varrà il premio assegnato dalla BBC per il gol dell’anno. Il gol ai Reds, insieme agli altri 39 segnati nelle 103 presenze con la maglia dei Canaries, porta definitivamente il suo nome alla ribalta nazionale, tanto che l’estate successiva Brian Clough decide di portarlo al Nottingham Forest sborsando una cifra record. Fashanu diventa infatti il primo giocatore di colore ad essere pagato un milione di sterline e, scherzo del destino, al Forest si trova ad ereditare la maglia numero 9 di quel Trevor Francis che due anni prima era stato il primo giocatore inglese a superare tale spesa.
Le contemporanee apparizioni di “Fash” nella nazionale inglese Under 21 fanno presagire una scintillante carriera per l’attaccante – le cui orme il fratello John sta nel frattempo seguendo con la maglia del Norwich – ma proprio dal trasferimento a Nottingham prende avvio l’inizio della fine.
I rapporti con il tecnico s’incrinano infatti ben presto, in parte per il magro rendimento dell’attaccante ed in parte a causa delle voci che aleggiano sulla vita privata di Justin. Nonostante sia fidanzato con una ragazza, infatti, la sua frequentazione di locali notturni per omosessuali non manca di suscitare l’attenzione dei pettegoli media britannici, ed anche il suo allenatore sembra poco entusiasta, per usare un eufemismo, dell’immagine offerta dal giovane bomber. Il fatto che sia stato il primo a spendere 1 milione di sterline per un giocatore di colore non vuol dire che Clough sia immune da pregiudizi, e lo dimostra attaccando senza mezzi termini quello che definisce esplicitamente un “fottuto finocchio”.

Le aspettative per la definitiva esplosione della sua carriera sarebbero già sufficienti a mettere sotto pressione un giovane di vent’anni, la pesante atmosfera causata dal ‘gossip’ sulla sua vita privata rappresenta un ulteriore ostacolo di cui Fashanu farebbe volentieri a meno. Le sue prestazioni sul campo non possono che risentirne ed i soli 3 gol segnati in 32 presenze non sono certo un buon modo per indurre Clough (a sinistra) a cambiare opinione. Il tutto senza dimenticare il razzismo di molte tifoserie, che, oltre ai beceri cori di rito, giungono al punto di lanciare banane in campo quale ultimo gesto di sberleffo.
Attenuanti a parte, la sostanza è che Clough ne ha abbastanza ed appena se ne presenta l’occasione (l’estate successiva) lo scarica in prestito al Southampton, dove gioca poco, 9 partite, ma va a segno 3 volte. Tanto basta per suscitare l’interesse del Notts County, che lo acquista dai concittadini del Forest per sole 150.000 sterline. Con la maglia delle ‘gazze’ trascorre due anni e mezzo, gioca 64 partite e segna 20 reti, ma soprattutto subisce un infortunio che darà un ulteriore spinta verso il baratro alla sua carriera. Nella partita dell’ultimo dell’anno nel 1983 Fashanu viene infatti colpito al ginocchio da un avversario, i cui tacchetti gli provocano una serie ferita che stenta a guarire.
Nel frattempo Fashanu ha raggiunto una maggiore consapevolezza riguardo alla propria sessualità, ma il timore di uscire allo scoperto gli impedisce di ammettere pubblicamente la realtà delle cose, nonostante i pettegolezzi al riguardo siano già da tempo in circolazione. Justin decide così di cercare consolazione nella Chiesa evangelica, a sua volta ben poco aperta – per non dire in condizione di aperta condanna – verso l’omosessualità, che lo spinge a rifiutare le proprie inclinazioni e a tentare invano di instaurare relazioni sentimentali con delle donne. Il suo comportamento in campo e fuori non può che risentirne, così Fashanu prosegue la sua inesorabile discesa.

Nell’estate del 1985 è il Brighton & Hove Albion a pagare 115.000 sterline per assicurarsi le sue prestazioni, ma dopo solo 16 partite (e 2 gol) la ferita al ginocchio si infetta e ne mette a serio rischio la carriera. “Fash” è costretto a lasciare la costa sud dell’Inghilterra ed a volare negli Stati Uniti per sottoporsi ad un intervento chirurgico. Dopo alcuni anni, siamo nel 1988, può considerarsi di nuovo un calciatore, con la maglia dei Los Angeles Heat prima e degli Edmonton Brickmen poi, riprendendo anche confidenza con il gol.
La voglia di riscatto e la consapevolezza di poter ancora dare molto al calcio lo spingono a tornare in Inghilterra, dove diverse squadre sembrano disposte a concedergli un’opportunità. La prima è il Manchester City, ma le cose non vanno bene. Justin ci prova così col West Ham, ma non va meglio. Poi tocca all’Ipswich Town e poi al Leyton Orient. Nel 1990 è così costretto ad accettare la proposta dei dilettanti del Southall, che gli offrono il doppio ruolo di allenatore-giocatore.

È in questi momenti, probabilmente rendendosi conto che il grande treno non passerà comunque più, che Fashanu trova il coraggio, o la rassegnazione, di ammettere pubblicamente la propria omosessualità. Così il 22 ottobre del 1990 “The Sun” pubblica in esclusiva l’intervista con la sconvolgente notizia. Forse Justin spera di essere d’esempio per le numerose celebrità – tra cui, a suo dire, anche altri dodici calciatori professionisti – che ancora tengono nascosta la propria omosessualità, ma nessuno lo segue e lui si trova ad essere il primo, e finora unico, giocatore inglese a dichiararsi gay e subisce da solo tutte le conseguenze del caso. Le prime critiche che lo colgono riguardano il perché si sia affidato, per pubblicare tali rivelazioni, ad un quotidiano disposto sì a pagare parecchio per ottenere simili esclusive, ma appartenente non a caso a quel genere di stampa popolare considerata scandalistica e di infimo livello. “Ho pensato sinceramente che se mi fossi dichiarato sui peggiori giornali, e fossi al tempo stesso rimasto forte e positivo riguardo al fatto di essere gay, questi non avrebbero avuto più nulla da dire in merito” si difende il calciatore. Nulla di più ingenuo, col senno di poi. Di certo, infatti, se l’ex astro nascente del calcio britannico sperava in questo modo di trovare qualche sollievo ai propri tormenti, fare ‘outing’ si rivela una pessima mossa, anche se lui in seguito negherà di essersene mai pentito: il fratello John lo rinnega pubblicamente e la comunità nera britannica decide di dimenticarsi il significato della parola discriminazione definendolo un “patetico ed imperdonabile affronto per tutta la comunità”. Anche gli amici, compresi quelli di vecchia data, smettono di richiamarlo al telefono, il tutto mentre la stampa lo crocifigge costruendo quante più storie ed illazioni possibili. Justin finisce così per ritrovarsi ancora più solo e disperato di prima.

Finita la stagione calcistica in Europa, Fashanu torna oltreoceano per indossare la maglia dei Toronto Blizzard, salvo tornare in Inghilterra per aggregarsi ai dilettanti del Leatherhead. Poco dopo, siamo nell’ottobre del 1991, un provino per il Newcastle gli offre l’ultima illusione di rientrare nel calcio che conta dalla porta di servizio, ma la speranza svanisce presto e l’attaccante si ritrova a giocare nel Torquay United, squadra di terza divisione e comunque meglio dei dilettanti. Nonostante la retrocessione della squadra, Fashanu dimostra di essere tornato in forma e convince così la dirigenza ad affidargli l’incarico di allenatore-giocatore. Nel 1992-93 il Torquay sfiora la finale dei play-off promozione perdendo 4-1 a Preston dopo aver vinto l’andata per 2-0.
Fashanu cambia aria e si trasferisce a nord, in Scozia, precisamente ad Airdrie dove, con la maglia degli Airdrieonians, segna 5 gol in 16 partite. Dopo non molto si sposta di nuovo per tentare l’avventura in Svezia con il Trelleborg, ma altrettanto velocemente fa ritorno in Scozia, dove viene arruolato dagli Hearts of Midlothian, con la cui maglia granata ha tempo di scendere in campo 11 volte e di andare a segno in una occasione. Poi il suo comportamento extrasportivo comincia ad andare decisamente oltre il limite dell’accettabile ed i giornali scandalistici acquistano dal suo agente storie sul coinvolgimento di personaggi del mondo politico in rapporti omosessuali con lo stesso Fashanu. Le rivelazioni potrebbero provocare un vero terremoto politico se non si rivelassero false e costruite ad arte per spillare soldi ai tabloid. Nell’aprile del 1994, l’aver tirato in ballo Stephen Milligan (membro del Parlamento trovato morto due mesi prima in seguito ai tragici esiti di un tentativo di asfissia autoerotica) in una di queste storie si rivela fatale per Justin, che viene cacciato dagli Hearts per comportamento disonorevole. Chi lo conosce personalmente attribuisce simili scompensi alle discriminazioni subite, ma quel che conta è che comportamenti stravaganti come questo, o come la breve relazione con la chiacchierata attrice Julie Goodyear (a sua volta omosessuale, o quantomeno bisessuale, dichiarata), gli regalano fiumi d’inchiostro sulle pagine dei tabloid, ma non lo aiutano certo a recuperare presso l’ambiente calcistico quel credito ormai irrimediabilmente compromesso.
Fashanu per trovare un ingaggio è così costretto a volare di nuovo oltre un oceano, questa volta quello Indiano, dove gioca diciotto partite – con undici gol – con i Miramar Rangers di Wellington, Nuova Zelanda. Nel 1997 è di nuovo negli Stati Uniti, dove è arruolato dagli Atlanta Ruckus. Quando entra in contrasto con la dirigenza per questioni contrattuali, Fashanu decide di averne abbastanza ed appende definitivamente le scarpette al chiodo, spostandosi nel Maryland, dove il presidente di una nuova squadra, il Maryland Mania Club, gli offre la panchina. La squadra si sta preparando a competere nella seconda divisione di un paese nel quale il calcio ha tentato di affermarsi diverse volte in passato, anche con il patrocinio di grandi campioni, ma sempre invano. Non si tratta quindi del massimo da un punto di vista professionale, ma è altrettanto vero che Justin sembra aver finalmente trovato un angolo di pace, lontano da quell’Inghilterra che lo ha rinnegato, con nuovi amici e con una dirigenza soddisfatta del suo lavoro di tecnico. Sembra. In realtà è solo la quiete prima della tempesta finale. I primi venti minacciosi cominciano a spirare il 25 marzo 1998, quando un ragazzo diciassettenne del luogo telefona alla polizia affermando di essersi risvegliato, dopo una notte di baldoria, nel letto di Fashanu, mentre questi stava abusando sessualmente di lui.Il giocatore viene ovviamente interrogato dagli inquirenti, cui appare sorpreso, rinnega le accuse a proprio carico e si dichiara disposto a sottoporsi al test della “macchina della verità” ed a fornire campioni di sangue quando sia necessario. Constatata la sua disponibilità a collaborare e visto che, dichiarazioni del ragazzo a parte, non sussistono al momento altre prove del crimine, la polizia non ritiene necessario l’arresto preventivo.
A quel punto però, il fatto di trovarsi a fronteggiare un’accusa grave come quella di violenza sessuale su un minore appartenendo contemporaneamente a due categorie allora quasi universalmente discriminate come quella degli omosessuali e quella dei neri, senza contare tutte le aggravanti del caso (consumo di marijuana, reperimento di bevande alcoliche a favore di minorenni, per non parlare della legge che al tempo in molti stati degli USA proibisce la sodomia ed i rapporti orali anche all’interno del matrimonio) fa probabilmente precipitare Justin nel panico. E così, il 3 aprile successivo, quando la polizia si reca nel suo appartamento per sottoporlo a perquisizione scopre che Fashanu lo ha abbandonato il giorno dopo l’interrogatorio, per fuggire e fare ritorno in Inghilterra.
In patria vive in stato di clandestinità usando il cognome da nubile della madre e cerca invano di contattare vecchi amici per difendersi dal polverone che si sta scatenando su di lui. Chiama il suo ex agente sostenendo di essere stato incastrato e chiedendogli di vendere l’esclusiva alla stampa, ma questi non lo richiama più.
Il 2 maggio si reca al Chariots Roman, una sauna gay nel quartiere londinese di Shoreditch, nei pressi di Liverpool Street. Il proprietario della sauna si rifiuta in seguito di rivelare particolari sulla visita di Fashanu, preferendo tutelare l’immagine di riservatezza e discrezione offerta dal proprio esercizio piuttosto che intascare i soldi dei tabloid. Tuttavia frequentatori del Chariots assicurano di averlo visto di buon umore e per nulla depresso dalla situazione che sta vivendo.
John Fashanu ha in seguito raccontato in un’intervista di aver ricevuto una chiamata al cellulare quella sera, di aver sentito il respiro della persona in silenzio all’altro capo del telefono e, una volta intuito che si trattava del fratello, di aver riattaccato seccato.
Potrebbe essere l’ultimo tentativo di cercare aiuto da parte di Justin, che il giorno dopo, è il 3 maggio 1998, viene trovato impiccato con un cavo elettrico all’interno di un garage semi-abbandonato poco lontano dalla sauna. Le indagini stabiliscono che l’ex calciatore vi si è introdotto subito dopo aver lasciato il Chariots e si è suicidato. Nel biglietto ritrovato sul suo corpo, Fashanu spiega di essere arrivato al tragico gesto una volta resosi conto di essere stato già giudicato colpevole per il caso di stupro ancora prima dell'inizio del processo. Nel breve messaggio dà anche la propria versione su quanto accaduto nel suo appartamento nel Maryland, secondo la quale il rapporto sessuale ci sarebbe stato, ma con il consenso del giovane, che al mattino avrebbe chiesto dei soldi in cambio del silenzio su quanto accaduto. Ricatto al quale Justin si sarebbe rifiutato di cedere andando incontro, secondo la sua difesa postuma, alla ritorsione sotto forma di accusa di violenza sessuale.
La sua controversa vicenda, come sempre accade, lascia spazio alle reazioni più variegate: dal dolore e dalle accuse di coloro che lo considerano un martire nella lotta alle discriminazioni all’indifferenza – che sa molto di sollievo - di quanti, come ad esempio l’intero movimento calcistico inglese, lo vedevano come motivo d’imbarazzo. Al rimorso di un fratello, John, che dopo averlo rinnegato ed avergli tolto la parola per anni, si trova davanti alle drammatiche conseguenze dei propri gesti.
Tuttora c’è chi difende Justin attribuendo tutte le sue colpe – oltre che le sue sventure – ai condizionamenti subiti a causa del razzismo e dell’omofobia; c’è chi ricerca le motivazioni dei suoi scandalosi exploit nelle difficili condizioni affettive che era stato costretto ad affrontare da piccolo; c’è chi è sicuro della sua innocenza rispetto alle accuse di stupro ed addirittura propone delle ipotesi complottistiche in merito alla morte di “Fash”; c’è chi ritiene che il suicidio non sia stato altro che l’estrema fuga dalle proprie colpe.
A dieci anni di distanza, senza mezzi adeguati e soprattutto in una sede non adeguata, è pressoché inutile cercare di stabilire in quali circostanze Justin Fashanu abbia sbagliato per colpe proprie e in quali sia stato vittima incolpevole di situazioni avverse. Altrettanto inutile è perdersi in voli pindarici chiedendosi quali obiettivi avrebbe potuto raggiungere in un mondo più giusto o cercando di stabilire il coefficiente di incidenza delle discriminazioni subite sull’evolvere della sua carriera o ancora chiedendosi se con un carattere più forte e con spalle un po’ più larghe non avrebbe affrontato più convenientemente gli ostacoli incontrati.
Quello che appare oggettivo, oltre le singole interpretazioni, è che l’astro nascente del calcio inglese si sia trovato ad affrontare come avversari più pericolosi non la pressione delle aspettative o le scivolate dei difensori avversari quanto piuttosto il razzismo e l’omofobia. E che, al momento di confessare la propria omosessualità, si sia visto rinnegare da chiunque, abbandonato da un intero movimento calcistico, da amici e familiari. Il fatto che la sua carriera avrebbe potuto ugualmente portarlo a militare tra i dilettanti prima di avere trent’anni è materia di supposizioni indimostrabili, i fatti di cui sopra non lo sono. E, purtroppo, è già abbastanza per rendere quella di Justin Fashanu una storia in cui il calcio ha perso.
Qui sotto il video della rete al Liverpool che fu nominata "Gol of the Year" dalla BBC nel 1980.

PS: a margine una breve nota sul fratello di Justin, John (a sinistra). Protagonista di un’ascesa meno esplosiva rispetto al suo sfortunato fratello, l’attaccante milita tra le fila di Norwich, Crystal Palace, Lincoln City e Millwall, prima di approdare al Wimbledon nel 1986. Al club di Londra sud rimane per ben otto anni, collezionando 276 presenze e 107 reti, e lega il proprio nome a quello delle imprese della “Crazy Gang” capace di far fuori il quotatissimo Liverpool nella finale di F.A. Cup del 1988 e di aggiudicarsi così il trofeo. Viene anche impiegato nella nazionale maggiore in occasione di due partite amichevoli. Durante il periodo di militanza nei Dons Fashanu è pure protagonista di un siparietto comico con Teo Teocoli, nei panni di Peo Pericoli, che attraverso il programma Mai Dire Gol lo rende abbastanza noto anche al pubblico italiano.
Nel 1994 passa all’Aston Villa prima che un’inchiesta per combine - che si concluderà con l’assoluzione di tutti i giocatori indagati – e poi soprattutto un infortunio lo costringano a dire basta col calcio. Chiusa la carriera sportiva, Fashanu si dedica a quella nel mondo dello spettacolo prendendo parte, a diverso titolo, a svariati programmi televisivi.
11:25
Scritto da : axelfoley_83
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07/01/2008
Grazie Luton!
Fango, sudore, aree spazzate con rinvii di punta che danno l’impressione di far finire il pallone fuori dallo stadio. E poi ancora agonismo, crampi, una squadra quartultima in League One (la terza divisione, equivalente alla Serie C1 italiana) nel bel mezzo di una crisi economica e societaria che riesce a pareggiare contro i vicecampioni d’Europa dopo averli messi sotto per lunghi tratti di partita. Cosa può definire meglio di tutto ciò lo spirito della F.A. Cup? Niente, ed è per questo che il romantico quadretto potrebbe sembrare messo insieme ad arte per introdurre l’ennesimo panegirico del calcio inglese. Al contrario, quanto descritto, oltre ad accadere con una regolarità sufficiente ad escludere il semplice caso, si è verificato esattamente questo pomeriggio quando il Liverpool ha fatto visita al Kenilworth Road di Luton per affrontare la locale compagine in un incontro valido per i trentaduesimi di finale di F.A. Cup ed è tornato a casa con un magro 1-1 in saccoccia.
Drew Talbot è il simbolo dello spirito con cui gli undici del tecnico Kevin Blackwell hanno affrontato l’incontro: l’attaccante ha corso, lottato, costruito e vanificato occasioni, si è disperato, a cinque minuti dal termine lo si vedeva ancora lanciarsi in scivolata nella speranza di strappare il pallone ai difensori avversari e a fine partita nome e numero sulla schiena erano quasi illeggibili visto che la maglia era completamente ricoperta di fango.
Certo, si può controbattere che il Liverpool fosse in formazione rimaneggiata, ma anche lasciando a riposo Reina, Gerrard e Torres, i Reds scesi in campo oggi tutto si possono definire fuorché un’armata Brancaleone: molti di loro sono nazionali, senza contare che non mancavano elementi titolari (Carragher, Riise, Finnan, Xabi Alonso e Kuyt) o comunque molto utilizzati nel turnover di Rafa Benitez (Hyypia, Babel, Benayoun, Voronin, Mascherano e Crouch). Insomma, sulla carta più che abbastanza per sbarazzarsi senza problemi di una squadra che in questa stagione dovrà seriamente preoccuparsi di non precipitare sul quarto gradino della piramide calcistica inglese.
In questi casi si è soliti ricorrere al luogo comune per cui le diverse motivazioni possono sovvertire il pronostico, ma va da sé che si tratta una constatazione molto facile da elargire dalla poltrona e molto più complicata da tradurre in pratica trovandosi davanti diversi giocatori che pochi mesi fa disputavano la finale di Champions League. Eppure gli uomini di Blackwell ci sono riusciti. Intendiamoci, lungi dall’essere perfetti, viste le occasioni che hanno comunque concesso al Liverpool e quelle che hanno gettato all’aria davanti ad Itandje, però hanno aggredito gli avversari dal primo minuto ed hanno fatto la partita praticamente sempre, senza concedere spazio a timori reverenziali di alcun tipo. Tanto che già nei primissimi minuti Edwards si presenta a tu per tu con l’estremo difensore dei Reds, che lo ipnotizza e ne respinge la conclusione. Poi la gara si assesta sui binari che vedono i padroni di casa giostrare bene la manovra e sommergere l’area avversaria di cross ed il Liverpool che, per contro, quando attacca, dà comunque l’impressione di poter essere letale. Alla fine, quando probabilmente la pressione del Luton è più intensa, gli ospiti passano grazie ad uno dei non pochi svarioni della difesa in maglia bianca: Voronin è libero davanti a Brill, angola sulla destra ma il portiere non si è ancora seduto e riesce a respingere di piede, Crouch arriva e conclude a porta vuota, vanificando l’intervento in disperata di un difensore avversario. È il 73esimo e la pietra messa sul match dallo spilungone numero 15 di Liverpool e nazionale inglese sembra un macigno ancor più che una lapide.Ma i tifosi di casa non smettono di incitare i propri beniamini, né questi si meriterebbero tale ingrato trattamento, e forse anche per questo i giocatori non smettono di crederci. E così solo tre minuti più tardi arriva il pareggio, che ha un po’ il sapore del contrappasso: non essendo riusciti in 75 minuti a segnare un gol in maniera ortodossa, il Luton va in rete con una carambola da Mai dire Gol. Il cross che arriva dalla destra non è di per sé pericolosissimo, anche perché l’unico attaccante in area è in svantaggio rispetto a Riise, che tenta comunque l’intervento in spaccata, mandandosi il pallone sul braccio e infine alle spalle del proprio esterrefatto portiere.
A fine partita il pubblico si spella le mani dagli applausi e anche da casa è difficile non esultare insieme ai giocatori che alzano i pugni al cielo al momento del triplice fischio. Le telecamere, che in diversi momenti della partita avevano ripreso Fabio Capello seduto in tribuna, non lo inquadrano al termine dell’incontro, ma è improbabile che il neotecnico dell’Inghilterra, giunto fino al Kenilworth Road per osservare all’opera Carragher e Crouch, abbia avuto grossi motivi per essere contento dei propri nazionali. Anche se, vedendo lo spirito messo in campo dai padroni di casa, avrà sicuramente un buon esempio da additare loro per quanto riguarda la grinta necessaria a risollevare la bandiera dei tre leoni dopo le recenti figuracce.Doveroso chiudere con i giocatori del Luton, che ora si godranno una ricca (vedi divisione dell’incasso al botteghino) e prestigiosa trasferta all’Anfield. Niente di più meritato. E, visto com’è andata oggi, e come va molte altre volte in quello strano torneo che è la F.A. Cup, chissà se tutto debba per forza finire ad Anfield.
00:30
Scritto da : axelfoley_83
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