Sir Stanley: l’uomo dei record

“L’uomo che ci ha insegnato come si dovrebbe giocare a calcio” (Pelè) 

“Mi raccontò che per giocare prendeva solo venti sterline a settimana. Al giorno d’oggi varrebbe tutti i soldi della Banca d’Inghilterra” (Zola)

 

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Fatti e situazioni del pallone di oggi sono spesso a tal punto enfatizzati e assurti a imprese epiche che quando si deve parlare di una leggenda ci si sente quasi in imbarazzo a dover usare tipi ed espressioni ormai consuete nel raccontare semplici turni infrasettimanali di campionato. Ebbene, non si esagera di certo se si dice che Sir Stanley Matthews ha collezionato talmente tanti primati da non sapere da dove cominciare ad enumerarli. Forse, piuttosto che elencarli pedissequamente come fossero la lista della spesa, è meglio andare con ordine e raccontare dall’inizio la straordinaria carriera di uno dei più grandi calciatori britannici di tutti i tempi.

Stanley Matthews nasce nel 1915 in una cittadina nei dintorni di Stoke-on-Trent e la disciplina da sportivo cui viene educato dal padre pugile si manifesterà più avanti nella sua scelta di mantenere un’alimentazione vegetariana e di astenersi dagli alcolici, fatti probabilmente determinanti nell’assicurargli una carriera straordinariamente lunga.                                  
Il giovane Stanley mostra subito il suo valore come ala destra, tanto da convincere la squadra della sua città, lo Stoke City, a fargli firmare il primo contratto da professionista nel 1932, dopo averlo avuto nelle proprie giovanili sin dall’età di quattordici anni. Due anni dopo colleziona la prima delle sue 84 presenze con la nazionale dei tre leoni, bagnando l’esordio con un gol nel 4-0 rifilato ai vicini gallesi.
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La sua caratteristica migliore è l’infallibilità nell’uno contro uno, fase nella quale non lascia scampo all’avversario grazie alla sua straordinaria abilità nel dribbling, al suo scatto e ai suoi rapidi cambi di direzione, qualità che gli varranno il soprannome di “the wizard of dribbling”. “Di solito sai come ti supererà, ma non puoi farci niente lo stesso” dirà di lui Danny Blanchflower, centrocampista nordirlandese di Barnsley, Aston Villa e Tottenham. Oltre a ciò i suoi passaggi sono estremamente precisi e gli permettono di fornire valanghe di assist agli attaccanti e di affermarsi come preziosissimo rifinitore.

 

Dopo sei anni di militanza tra le fila dei biancorossi, non certo una formazione di vertice, Matthews aspira probabilmente a confrontarsi su nuovi palcoscenici e nel 1938 chiede di essere trasferito. La manifestazione di pubblica protesta che ne consegue convince l’attaccante dell’amore provato dai tifosi nei suoi confronti e lo spinge a ritirare la propria richiesta. I tifosi del City se lo possono godere però ancora per una sola stagione perché lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale spinge la Lega a chiudere i battenti del campionato nel 1939, per riaprirli solo nel 1946, a conflitto concluso. In questi anni difficili Matthews presta servizio nella Royal Air Force continuando a giocare a calcio dove il suo dislocamento gli consente di farlo. Risulta che in questo periodo collezioni qualche presenza in partite non ufficiali di Arsenal, Blackpool, Crewe Aleandra, Greenock Morton, Manchester United, Rengers, Stenhousemuir, Wrexham e persino una in una selezione scozzese.

Alla fine della guerra Matthews ha 32 anni ed ottiene dalla sua squadra il trasferimento a Blackpool per quello che, al giorno d’oggi, sembrerebbe essere l’ultimo contratto della carriera. Niente di più sbagliato, come vedremo.

Nel 1948 il nostro entra per la prima volta nella storia del calcio conquistando la prima edizione del neonato Football Writers’ Association Footballer of the Year, premio assegnato dai giornalisti sportivi al miglior giocatore del campionato inglese. Nello stesso anno raggiunge col Blackpool la finale di FA Cup a Wembley dove incontra il Manchester United. Il club del Lancashire va in vantaggio due volte nel corso della partita, ma nei minuti finali cede di schianto ai Red Devils, che trionfano per 4-2. Nel 1951 il Blackpool ha l’occasione di rimediare, ma anche in questo caso la partita va male, con il Newcastle che lascia decisamente meno spazio alle illusioni di Matthews e compagni rispetto al Manchester, portandosi a casa la coppa con un secco 2-0.

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Uno dei numerosi primati ottenuti da Matthews è quello, decisamente meno invidiato rispetto agli altri, di essere, tra i vincitori del Pallone d’Oro, quello che ha vinto di meno nei club in cui ha militato. Quello che non si può dire è che nella conquista di quell’unico trofeo di squadra ottenuto nella sua carriera il “mago dei dribbling” non abbia ricoperto un ruolo da protagonista, tanto che l’incontro decisivo – la finale di FA Cup del 1953 – è ricordato dagli annali come “la partita di Matthews”. Per la verità quel pomeriggio del secondo giorno di maggio la presenza allo stadio della regina Elisabetta II non sembra portare molta fortuna al Blackpool, che a metà del secondo tempo è schiacciato per 3-1 dal Bolton. Nemmeno la presenza della sovrana – incoronata l’anno precedente – mescolatasi per la prima volta ai 100.000 di Wembley per un incontro di calcio sembra infatti potere nulla contro l’abitudine del Pool di arrivare in finale e veder svanire i propri sogni di gloria. Contro questa maledizione può sicuramente qualcosa di più il genio calcistico di Stanley Matthews, che, dopo aver propiziato il 3-2, si carica la squadra sulle spalle e costringe i Wanderers a subire un assedio che porta prima al 3-3 e infine, dopo un’incredibile azione e assist dello stesso Matthews, all’incredibile gol della vittoria. L’attaccante Stan Mortesen, autore di tre dei quattro gol degli arancioni, è tuttora l’unico calciatore ad aver segnato una tripletta in una finale di FA Cup ed il fatto che nonostante ciò il ricordo dell’incontro sia collegato alla prestazione di Matthews lascia intendere quale possa essere stato il contributo dell’ala destra al trionfo finale.

 

Nel 1956 la rivista francese France Football istituisce un premio da assegnare annualmente al miglior calciatore europeo della stagione. Il  trofeo prende il nome di “Pallone d’Oro” ed il primo ad essere scelto dalla giuria per ricevere questo tuttora prestigioso riconoscimento è, manco a dirlo, Stanley Matthews.

Il 15 maggio 1957 a Copenhagen l’Inghilterra batte 4-1 i padroni di casa in un incontro valido per le qualificazioni ai Mondiali in Svezia. Il neo pallone d’oro scende in campo a fianco di alcuni giocatori che non erano nemmeno nati quando lui esordiva con la selezione dei tre leoni e, anche se ancora non lo sa (verrà convocato anche per l’impegno successivo ma dovrà rinunciare per infortunio), in questa occasione disputa la sua ultima partita con la maglia della nazionale, aggiungendo due ulteriori record alla sua personale bacheca. A 22 anni e 228 giorni dall’esordio con la maglia dell’Inghilterra e all’età di 42 anni e 103 giorni, infatti, Matthews può considerarsi il giocatore ad aver militato più a lungo (dal punto di vista cronologico, non delle presenze) e fino all’età più avanzata nella nazionale di Sua Maestà.

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Nel 1961 Matthews ha 46 anni e, curandosi più del contributo che può ancora dare alla propria squadra che della possibilità di andare in pensione, decide di tentare una nuova esperienza ripartendo da lì dove tutto era cominciato: il Victoria Ground di Stoke, dove rimarrà fino al termine della carriera.

Nel 1963 Matthews porta i biancorossi in finale di Coppa di Lega (alla sua quarta edizione), ma il Leicester ha la meglio nel computo delle due partite (1-1 e 3-2) e così il lungo amore tra lo Stoke e la sua “bandiera” è paradossalmente destinato a rimanere privo del suggello di un trofeo conquistato insieme, se si esclude la vittoria del campionato di Seconda Divisione dell’anno prima.

La stagione 1965 è particolarmente tribolata dal punto di vista sportivo a causa di un infortunio al ginocchio, ma a risollevare l’animo di Matthews contribuisce Elisabetta II che lo insignisce (è il primo calciatore a ricevere un simile onore) del titolo di cavaliere dell’Ordine dell’Impero Britannico.

Il lungo stop dovuto ai problemi fisici non l’ha comunque fiaccato visto che al suo ritorno in campo, appena cinque giorni dopo aver compiuto 50 anni, segna per lo Stoke e diventa l’unico over50 ad aver mai militato nel campionato di Prima Divisione (record tuttora ineguagliato). Sarà l’ultima partita in terra inglese per il “mago” che, dopo 701 presenze, decide di porre fine ad una carriera che non finisce di stupire se si pensa che egli non riceve una sola ammonizione nello sterminato numero di partite giocate, a testimonianza dei suoi modi da gentiluomo e del suo grande fair play, che lo identificano al pari dei suoi disorientanti dribbling.

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Lungi dal recidere il cordone ombelicale che lo lega al calcio fin dall’infanzia, Matthews decide di diventare allenatore sedendosi sulla panchina del Port Vale, ma non prima di aver disputato un ultimo match di addio. Al Victoria Ground accorrono per l’occasione i mostri sacri del calcio di allora, i campioni d’Europa del Real Madrid Ferenc Puskas ed Alfredo Di Stefano, il pallone d’oro Josef Masopust e il leggendario portiere russo Lev Jašin tra gli altri componenti di quel “Resto del Mondo” radunatosi per affrontare lo Stoke e celebrarne il ritiro del figlio prediletto.

 

La nuova avventura di Sir Stanley non comincia nel migliore dei modi, specialmente fuori dal campo (accusa di corruzione e conseguente espulsione del Port Vale dal campionato), così il neo-tecnico decide di emigrare verso Malta, dove allena gli Hibernians e vi disputa pure qualche partita nonostante abbia nel frattempo raggiunto l’età di 55 anni. Il ruolo di allenatore gli si addice evidentemente meno di quello di ala destra e non si ricordano altre esperienze di rilievo in panchina.

Il fatto di essersi ritirato dall’attività non gli impedisce però di continuare a raccogliere premi e riconoscimenti, così, nel 1992 gli viene conferito il FIFA Gold Merit Order, il massimo riconoscimento dell’organizzazione del calcio mondiale e nel 2002 il suo nome è tra i primi ad essere inserito nell’appena inaugurata Hall of Fame del calcio britannico.

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Il 23 febbraio 2000 Sir Stanley Matthews si spegne per sempre e le due ali di folla lunghe 12 miglia che accompagnano il passaggio del feretro per le strade di Stoke-on-Trent sono una valida testimonianza di cosa significhi il suo mito anche per tifosi che probabilmente non l’hanno mai visto giocare (a sinistra). Anche per questo il “mago del dribbling” è debitamente ricordato da due monumenti in suo onore, uno nel centro della natale Hanley l’altro (a destra) all’esterno del Britannia Stadium, nuova casa dello Stoke City, inaugurato nel 2001 dalla figlia di Matthews e da Kevin Keegan.

 

Sir Stanley: l’uomo dei recordultima modifica: 2007-12-13T10:20:00+00:00da axelfoley_83
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3 pensieri su “Sir Stanley: l’uomo dei record

  1. Ciao, molto bello questo blog, soprattutto per me che sono appassionato di sport. Ho letto con interesse i post sul Calais (avevo visto un servizio su di loro nella trasmissione “Sfide”) e sui calciatori ucraini (avevo notizie del fatto che Fuga per la Vittoria fosse ispirato ad una storia veria di calciatori uraini non alterttanto fortunati come Stallone e company…)
    Il mio blog su alice, è “letterario”, e l’ho aperto per propagandare il mio primo libro, una raccolta di racconti dedicata ai sogni, pubblicata nei mesi scorsi.
    Se ti interessa vieni a trovarmi.

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