21/11/2009

La guerra del futbol parte II ?

Dopo una lunghissima pausa ho deciso di riprendere ad aggiornare (spero il più regolarmente possibile) le pagine di questo blog.

Per puro caso, il primo post di questa "seconda vita" ha molto a che vedere con l'ultimo della precedente: le tensioni che dagli spalti si tramettono fino ad arrivare a sfiorare i palazzi del potere. Nel caso di Algeria-Egitto, fortunatamente, il contesto delle relazioni internazionali non ha favorito l'escalation verso una vera e propria crisi diplomatica - come successo per Honduras e El Salvador - però la gente nelle strade sembra averla vissuta diversamente.

 

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15/02/2008

Manchester United: quando la memoria non ha prezzo. O forse sì...

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Il Manchester United di fine anni ’50 è una squadra sorprendente, costruita da giovanissimi talenti scoperti da Matt Busby (a sinistra) – da cui il soprannome di “Busby Babes” - senza bisogno di spendere cifre esorbitanti e capace di vincere, nonostante l’inesperienza e la giovane età, due campionati nazionali di fila nel 1956 e 1957. Nel 1957 l’avventura in Coppa dei Campioni si conclude in semifinale contro il Real Madrid ed anche la conquista della prestigiosa FA Cup sfuma in finale contro l’Aston Villa, per cui la stagione successiva inizia con grandi ambizioni da parte dei ragazzi di Manchester, che puntano a fare bottino pieno ed a consacrarsi definitivamente come una squadre più forti del mondo. Tutto inizia nel migliore dei modi: in testa al campionato, i “Busby Babes” avanzano anche nelle coppe, tenendo fede ai propositi di rivincita, ma le cose andranno diversamente.

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Il 6 febbraio 1958, dopo la partita di Coppa giocata a Belgrado contro la Stella Rossa e conclusasi 3-3 con passaggio del turno, i giocatori del Manchester United s’imbarcano sullo stesso aereo che il lunedì precedente lì ha portati in Yugoslavia. Il volo fa scalo a Monaco di Baviera, dove è in corso una tempesta di neve, per effettuare il rifornimento previsto prima di riprendere il viaggio per l’Inghilterra. Pare che il pilota ritardi la partenza, oltre che per le condizioni metereologiche, anche per verificare il funzionamento di uno dei motori, che lo preoccupa. Alla fine decide di decollare, ma per ben due volte non ci riesce a causa del fango formato dalla neve sulla pista. Al terzo tentativo l’aereo va oltre la fine della pista e urta una casa con un’ala, compie una brusca rotazione verso destra e si schianta contro un altro edificio, adibito a deposito di pneumatici e carburante, prendendo fuoco.

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Nell’impatto muoiono otto giornalisti, tre dirigenti del club, due membri dell’equipaggio e due altri passeggeri. Oltre a loro perdono immediatamente la vita sette giocatori del Manchester: Mark Jones (24 anni), Eddie Colman (21), Tommy Taylor (26), Liam Whelan (22), David Pegg (22), Geoff Bent (26) ed il capitano Roger Byrne (28). L’ottavo dei Busby Babes a morire a causa dello schianto sarà Duncan Edwards (21), ritenuto una delle più grandi promesse del calcio britannico, che si spegnerà due settimane più tardi per le ferite riportate. 

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Le condizioni di molti feriti sono disperate, su tutte quelle di Busby che, nonostante le trasfusioni di sangue subite in ospedale, sembra ormai destinato a spegnersi come già successo ad otto dei suoi ragazzi, tanto che in ben due occasioni gli viene impartita l’estrema unzione. Nonostante queste scarse speranze, il manager dello United si riprende e, dopo mesi di ospedale, può finalmente riprendere le redini del club. La ricostruzione passa attraverso il recupero di alcuni giocatori sopravvissuti all’incidente aereo, Bobby Charlton su tutti, e su nuovi talenti, tra cui Nobby Stiles, Denis Law e George Best. Anche se il nomignolo di “Busby Babes” è stato rispettosamente accantonato e ora i ragazzi in maglia rossa si fanno chiamare “Red Devils”, la nuova formula pare funzionare quanto quella vecchia e nel 1968, dieci anni dopo, il Manchester United riprende quel cammino che il destino aveva tragicamente interrotto, conquistando la Coppa dei Campioni a Wembley contro il Benfica di Eusebio.

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La memoria dei “Busby Babes” è stata onorata in diversi modi dalla dirigenza del Manchester United, in particolare in occasione dei vari anniversari della tragedia. Sui muri dell’Old Trafford è stata apposta una targa commemorativa ed il famoso “Munich Clock” (a sinistra).

 

Lo scorso 6 febbraio ricorreva il 50esimo anniversario dell’incidente, che lo United ha deciso di ricordare indossando, in occasione della più vicina partita casalinga di campionato, una speciale divisa commemorativa identica a quelle utilizzate a fine anni ’50: calzettoni neri, calzoncini bianchi e maglia rossa con numeri progressivi dall’1 al 16 bianchi senza nomi dei giocatori, senza stemma o altra effige sulla maglia, sponsor ufficiale e tecnico inclusi. A chi additava tale scelta come astuta mossa per incrementare il merchandising, la dirigenza dei Red Devils ha risposto non mettendo sul mercato la speciale divisa e producendola esclusivamente per i giocatori che Sir Alex Ferguson avrebbe poi diviso tra campo e panchina.

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Molte preoccupazioni c’erano sull’atteggiamento che avrebbero mostrato i tifosi avversari nei confronti della commemorazione, considerato che la gara di domenica non si giocava contro una squadra qualunque, ma contro i rivali cittadini del City. Fortunatamente il rispetto ha prevalso sul tifo da parte dei Citizens ed il minuto di silenzio è stato onorato in modo impeccabile.
 
 

 

A mostrare decisamente meno rispetto sono stati, paradossalmente, alcuni tifosi dello United che, nonostante la richiesta di non lucrare sugli oggetti commemorativi gratuitamente distribuiti in occasione dell’evento (tra cui sciarpe e copie del programma del match contro lo Sheffield Wednesday, primo incontro disputato dopo il disastro aereo), hanno prontamente messo in vendita su E-Bay i cimeli ricevuti costringendo il noto sito di acquisti online a sospendere le aste in questione in quanto contrarie alle norme etiche che ne regolano le transazioni.

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07/01/2008

Grazie Luton!

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Fango, sudore, aree spazzate con rinvii di punta che danno l’impressione di far finire il pallone fuori dallo stadio. E poi ancora agonismo, crampi, una squadra quartultima in League One (la terza divisione, equivalente alla Serie C1 italiana) nel bel mezzo di una crisi economica e societaria che riesce a pareggiare contro i vicecampioni d’Europa dopo averli messi sotto per lunghi tratti di partita. Cosa può definire meglio di tutto ciò lo spirito della F.A. Cup? Niente, ed è per questo che il romantico quadretto potrebbe sembrare messo insieme ad arte per introdurre l’ennesimo panegirico del calcio inglese. Al contrario, quanto descritto, oltre ad accadere con una regolarità sufficiente ad escludere il semplice caso, si è verificato esattamente questo pomeriggio quando il Liverpool ha fatto visita al Kenilworth Road di Luton per affrontare la locale compagine in un incontro valido per i trentaduesimi di finale di F.A. Cup ed è tornato a casa con un magro 1-1 in saccoccia.

 
Drew Talbot è il simbolo dello spirito con cui gli undici del tecnico Kevin Blackwell hanno affrontato l’incontro: l’attaccante ha corso, lottato, costruito e vanificato occasioni, si è disperato, a cinque minuti dal termine lo si vedeva ancora lanciarsi in scivolata nella speranza di strappare il pallone ai difensori avversari e a fine partita nome e numero sulla schiena erano quasi illeggibili visto che la maglia era completamente ricoperta di fango.

Certo, si può controbattere che il Liverpool fosse in formazione rimaneggiata, ma anche lasciando a riposo Reina, Gerrard e Torres, i Reds scesi in campo oggi tutto si possono definire fuorché un’armata Brancaleone: molti di loro sono nazionali, senza contare che non mancavano elementi titolari (Carragher, Riise, Finnan, Xabi Alonso e Kuyt) o comunque molto utilizzati nel turnover di Rafa Benitez (Hyypia, Babel, Benayoun, Voronin, Mascherano e Crouch). Insomma, sulla carta più che abbastanza per sbarazzarsi senza problemi di una squadra che in questa stagione dovrà seriamente preoccuparsi di non precipitare sul quarto gradino della piramide calcistica inglese.

In questi casi si è soliti ricorrere al luogo comune per cui le diverse motivazioni possono sovvertire il pronostico, ma va da sé che si tratta una constatazione molto facile da elargire dalla poltrona e molto più complicata da tradurre in pratica trovandosi davanti diversi giocatori che pochi mesi fa disputavano la finale di Champions League. Eppure gli uomini di Blackwell ci sono riusciti. Intendiamoci, lungi dall’essere perfetti, viste le occasioni che hanno comunque concesso al Liverpool e quelle che hanno gettato all’aria davanti ad Itandje, però hanno aggredito gli avversari dal primo minuto ed hanno fatto la partita praticamente sempre, senza concedere spazio a timori reverenziali di alcun tipo. Tanto che già nei primissimi minuti Edwards si presenta a tu per tu con l’estremo difensore dei Reds, che lo ipnotizza e ne respinge la conclusione. Poi la gara si assesta sui binari che vedono i padroni di casa giostrare bene la manovra e sommergere l’area avversaria di cross ed il Liverpool che, per contro, quando attacca, dà comunque l’impressione di poter essere letale. Alla fine, quando probabilmente la pressione del Luton è più intensa, gli ospiti passano grazie ad uno dei non pochi svarioni della difesa in maglia bianca: Voronin è libero davanti a Brill, angola sulla destra ma il portiere non si è ancora seduto e riesce a respingere di piede, Crouch arriva e conclude a porta vuota, vanificando l’intervento in disperata di un difensore avversario. È il 73esimo e la pietra messa sul match dallo spilungone numero 15 di Liverpool e nazionale inglese sembra un macigno ancor più che una lapide.

Ma i tifosi di casa non smettono di incitare i propri beniamini, né questi si meriterebbero tale ingrato trattamento, e forse anche per questo i giocatori non smettono di crederci. E così solo tre minuti più tardi arriva il pareggio, che ha un po’ il sapore del contrappasso: non essendo riusciti in 75 minuti a segnare un gol in maniera ortodossa, il Luton va in rete con una carambola da Mai dire Gol. Il cross che arriva dalla destra non è di per sé pericolosissimo, anche perché l’unico attaccante in area è in svantaggio rispetto a Riise, che tenta comunque l’intervento in spaccata, mandandosi il pallone sul braccio e infine alle spalle del proprio esterrefatto portiere.

A fine partita il pubblico si spella le mani dagli applausi e anche da casa è difficile non esultare insieme ai giocatori che alzano i pugni al cielo al momento del triplice fischio. Le telecamere, che in diversi momenti della partita avevano ripreso Fabio Capello seduto in tribuna, non lo inquadrano al termine dell’incontro, ma è improbabile che il neotecnico dell’Inghilterra, giunto fino al Kenilworth Road per osservare all’opera Carragher e Crouch, abbia avuto grossi motivi per essere contento dei propri nazionali. Anche se, vedendo lo spirito messo in campo dai padroni di casa, avrà sicuramente un buon esempio da additare loro per quanto riguarda la grinta necessaria a risollevare la bandiera dei tre leoni dopo le recenti figuracce.

Doveroso chiudere con i giocatori del Luton, che ora si godranno una ricca (vedi divisione dell’incasso al botteghino) e prestigiosa trasferta all’Anfield. Niente di più meritato. E, visto com’è andata oggi, e come va molte altre volte in quello strano torneo che è la F.A. Cup, chissà se tutto debba per forza finire ad Anfield.

 

 

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17/12/2007

Lieto fine per la storia di Klasnic

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Nel gennaio 2007 Ivan Klasnic, attaccante 27enne della nazionale croata e del Werder Brema, dove è compagno di reparto di Miroslav Klose, vede d’un tratto prospettarsi la possibile fine della propria carriera calcistica, se non addirittura qualcosa di peggio. I medici infatti gli comunicano che la disfunzione al rene diagnosticatagli rende necessario il trapianto; se tutto andrà per il verso giusto i tempi per la riabilitazione e il suo reinserimento in squadra potrebbero essere compressi in pochi mesi, ma in situazioni così delicate le variabili sono numerose ed ogni eccessivo ottimismo è sconsigliabile. Se servisse una conferma a ciò, questa arriva il 27 gennaio, quando all’attaccante croato viene impiantato l’organo della madre, ma il suo corpo lo rigetta rendendo evidente, a pochi giorni di distanza, la necessità di un nuovo trapianto. Il nuovo donatore viene individuato nel padre ed il 23 marzo Klasnic viene sottoposto al secondo trapianto, che in questo caso va a buon fine. Il bomber si informa subito se esista o meno la possibilità di tornare a quella carriera che la malattia gli ha bruscamente interrotto ed i medici, constatate le sue condizioni, ne alimentano le speranze. Da qui il lungo percorso di riabilitazione e di recupero della forma, assistito dalla dirigenza del Werder Brema che decide di rinnovargli il contratto anche se al momento dello stop le sue prestazioni avevano fatto prendere in considerazione l’ipotesi di cederlo.

L’obiettivo del giocatore è presentarsi per il ritiro pre-campionato in modo da iniziare la stagione alla pari rispetto ai propri compagni di squadra, ma in agosto le sue speranze vengono scosse dal mancato riconoscimento dell’idoneità a svolgere l’attività sportiva. Avendo a quel punto superato ben altri ostacoli Klasnic non si dà per vinto ed a settembre i medici del club si convincono a permettergli di allenarsi a pieno ritmo.

Il mese successivo Ivan prende finalmente parte ad un test amichevole della sua squadra contro una compagine dilettantistica e segna una doppietta che lo convince ulteriormente di essere sulla strada giusta per il recupero. Successivamente viene rodato attraverso l’impiego nel Werder Brema II, seconda squadra del club, che milita in Regionalliga Nord (terza divisione).

Il 24 novembre il Werder Brema affronta l’Energie Cottbus in Bundesliga e l’attaccante viene convocato per la prima volta a distanza di quasi un anno dalle ultime apparizioni in prima squadra. Sabato scorso, in vista del match contro il Bayer Leverkusen, un infortunio al titolare Sanogo spinge il tecnico Thomas Schaaf a chiamare di nuovo in causa il croato, che ha così la possibilità di mettere la parola fine al suo lungo calvario, e non la spreca. Al 30° del primo tempo va in rete con un facile tap in dopo una respinta dell’estremo difensore avversario su conclusione ravvicinata di Borowski, pareggiando così il vantaggio iniziale di Barnetta, mentre al 63° realizza la propria personale doppietta sfruttando un approssimativo controllo della difesa avversaria. L’incontro si conclude col successo per 5-2 del Werder Brema e con il pubblico del Weserstadion che intona il nome dell’eroe di giornata. Bentornato Ivan!

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03/12/2007

La prima volta non si scorda mai

Il Corinthians precipita nel baratro della Serie B, il Lanùs campione.

 

Si è soliti dire che la prima volta non si scorda mai e difficilmente i tifosi del Corinthians si dimenticheranno la giornata di ieri, che ha sancito la prima retrocessione nella storia quasi centenaria del club di San Paolo.

Fondato nel 1910 da un gruppo multietnico di operai della città paulista con lo scopo di diffondere il calcio al di fuori dei confini della borghesia coloniale, il club prende il suo nome da quello di un’omonima squadra inglese che all’inizio del XX secolo disputa una trionfale tournee sudamericana. Solo quattro anni dopo il neonato Corinthians vince il primo dei suoi venticinque titoli di campione dello stato di San Paolo, mentre per la conquista del primo Brasilerao, ovvero il campionato nazionale del Brasile, bisogna aspettare il 1990 (ma va detto che la competizione nella sua forma attuale nasce solo nel 1971).

 

Nel 1976 accade un fatto destinato a rimanere nella storia del calcio sotto il nome di “Invasione Corinthiana”. In quell’occasione, infatti, oltre 70.000 sostenitori paulisti - un vero e proprio record - si recano in trasferta al Maracanà di Rio de Janeiro per assistere alla semifinale di campionato contro la Fluminense trascinando la squadra verso la finale, poi persa contro l’Internacional di Porto Alegre.

 

Il 2005 sembra poter rappresentare l’inizio di una nuova era per i tifosi del “Timao”, che assistono alla stipula di una partnership con l’imprenditore anglo-iraniano Kia Joorabchian, presidente dell’associazione Media Sports Investments, figura controversa (anche a causa delle inchieste per riciclaggio nei suoi confronti), ma allo stesso tempo tentatrice, viste le assicurazioni sulla propria volontà di trasformare il club in una specie di Real Madrid del Sud America. Alla promesse seguono gli investimenti ed in breve arrivano a San Paolo giocatori del calibro di Nilmar, Carlos Alberto (fresco vincitore della Champions League col Porto) e soprattutto Mascherano e Tevez, ambitissimi anche in Europa. Alla faraonica campagna acquisti seguono solo in parte i risultati: il campionato nazionale viene vinto, ma non stravinto, superando la concorrenza dell’Internacional grazie anche ai 4 punti recuperati dopo la ripetizione di alcune partite ordinata a causa dell’esplosione dello scandalo scommesse; a livello continentale l’esclusione dalla Copa Libertadores è indubbiamente prematura e non rimane senza strascichi. Da qui in poi infatti il Corinthians assiste via via alla partenza dei propri campioni, a prestazioni sempre più lontane dall’eccellenza e all’instaurarsi di un’insicurezza anche a livello dirigenziale (Joorabchian sembra sempre più interessato alla Premier League e sempre meno al calcio brasiliano).

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Decadenza giunta a compimento durante questa stagione e più precisamente ieri, al termine della partita in casa del Gremio (1-1) che, contemporaneamente alla vittoria del Goias (2-1) sull’Internacional di Porto Alegre ha significato quart’ultimo posto e prima retrocessione per la seconda squadra più amata del Brasile (24 milioni di tifosi, seconda solo al Flamengo).

 

 

 

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Di tenore diametralmente opposto, ma sempre di prima volta si tratta per il Club Atletico Lanùs, protagonista di una vera e propria favola conclusasi con il lieto fine, nella fattispecie la conquista dell’Apertura argentina, primo titolo in 92 anni di storia. Proprio mentre il Corinthians consuma il proprio dramma, infatti, i granata strappano un pareggio (1-1) alla Bombonera col Boca Juniors e, a fronte di un distacco di quattro lunghezze sul Tigre (contemporaneamente sconfitto 1-0 dall’Argentinos Juniors), si assicurano il campionato con una giornata d’anticipo. Per il club con sede in un centro industriale di circa 200.000 abitanti situato nella parte sud della capitale Buenos Aires è stato determinante l’apporto del bomber Jose Sand, vicecapocannoniere del torneo con le sue 15 reti in 15 presenze.

 

 

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